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Bisogni educativi speciali
Fonte:Centro studi Erickson Autore: Dario Ianes

Sostituiamo il concetto di handicap con quello di bisogno educativo speciale? Nella scuola ci sono alunni con situazioni personali estremamente diverse, più o meno problematiche, che però hanno un denominatore comune: la difficoltà nell'apprendimento e nello sviluppo. Sono alunni con vari tipi di disabilità, ma anche con disturbi specifici di apprendimento, autismo, disturbi emozionali e comportamentali, differenze culturali, malattie fisiche, ecc. La classificazione psichiatrica (nei casi in cui è appropriata e ovviamente alcune difficoltà non sono certo psichiatriche!) li differenzia molto,mentre li accomuna invece il bisogno di attenzioni e di interventi appunto "speciali". Cioè più sensibili ai loro bisogni e più efficaci nell'aiutarli a superare le loro difficoltà. La scuola ha bisogno di superare le etichette e le diagnosi e di imparare a valutare con una forte competenza psicopedagogica il variegato mondo dei bisogni educativi speciali, senza irrigidirsi nelle diagnosi né medicalizzare le varie forme di bisogno educativo particolare. Come può rispondere la scuola ai bisogni educativi speciali? Credo che la scuola possa rispondere con quella che io chiamo la "speciale normalità" e cioè le prassi didattiche ed educative normali, rivolte a tutti, ma nella stesso tempo "speciali", perché arricchite di specificità tecniche non comuni, fondate sui dati più recenti della ricerca scientifica in ambito psicologico, pedagogico, didattico, ecc. Penso ad esempio alle didattiche metacognitive, all'apprendimento cooperativo, al tutoring: modalità normali e nello stesso tempo speciali di far scuola, per rispondere adeguatamente ai bisogni educativi anche degli alunni più in difficoltà. Le metodologie educative didattiche si stanno evolvendo proprio in questa direzione: si passa da applicazioni "molto speciali", cioè solo per l'alunno speciale, tendenzialmente separate dal resto della normalità delle relazioni e delle attività, ad applicazioni "molto normali", rivolte cioè a tutti gli alunni, con o senza disabilità. Che margini di miglioramento ci sono nella qualità dell'integrazione scolastica? Oggi l'integrazione scolastica è matura per affrontare due sfide ottimali, cioè al suo livello (non sono certo le uniche, ma sono quelle più vicine al concetto di speciale normalità): - diffondere nel maggior numero di docenti normali delle "specializzazioni" sui bisogni educativi speciali (non deve occuparsene solo chi è insegnante di sostegno, magari anche senza titolo!) e parallelamente far crescere sempre di più nuovi utilizzi "normali" degli insegnanti specializzati per il sostegno, realizzando in pratica quella contitolarietà tanto sbandierata nelle leggi: - - Assimilare nella quotidianità delle attività per tutti gli alunni quei "principi attivi", tecnici e speciali, che la ricerca psicoeducativa identifica, trasformando e migliorando la qualità inclusiva dell'offerta formativa per tutti gli alunni. - In una battuta: ciò che è normale diventi sempre più speciale e ciò che è speciale diventi sempre più normale. E rispetto alla formazione dei docenti? - La formazione universitaria per tutti coloro che vogliono insegnare porrà le necessarie basi pedagogiche, di buon livello anche nell'ambito della pedagogia e didattica speciale, così non avremo più insegnanti che non hanno mai sentito parlare di integrazione scolastica. Questo innalzamento generale delle competenze pedagogiche ci può far immaginare scenari futuri interessanti. Scenari futuri dove addirittura non esista più l'insegnante di sostegno come siamo abituati a vederlo, perché tutti i docenti potranno specializzarsi in varie competenze speciali di sostegno (con una formazione ricorrente in Università) ed entrare e uscire nella loro carriera da una serie di funzioni di sostegno su ambiti particolari (ad esempio: prevenzione delle difficoltà in lettura, autismo, disabilità gravi, ecc.) per periodi definiti di tempo, arricchendo il loro sviluppo professionale. Non è più accettabile che la scelta di fare l'insegnante di sostegno sia vissuta come una specie di scorciatoia, o di scotto da pagare per il minor tempo possibile, al fine di approdare ad un posto sicuro di lavoro. Sono troppi gli insegnanti di sostegno che appena possono scappano via da questo ruolo, che invece va valorizzato, facendolo diventare una possibilità ricorrente per tutti, durante l'intera carriera professionale, su competenze varie di "speciale normalità". Una battuta sulle proposte Moratti? Nella mozione finale del Convegno di Rimini abbiamo segnalato con forza il rischio che il realizzare precocemente, dopo solo un anno di scuola media, percorsi differenziati in base alle capacità individuali penalizzi gli alunni in situazione di handicap e privi tutti dei benefici interpersonali e cognitivi della coeducazione tra alunni con livelli diversi di capacità.

12/25/2001


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